Pier Paolo Pasolini

Bologna, 5 marzo 1922 – Roma, 2 novembre 1975

 

Vita e opere

Pier Paolo Pasolini fu una delle figure più importanti del Novecento letterario italiano e internazionale. Autore di numerosi volumi di poesia e prosa, ma anche cineasta, critico letterario, traduttore, drammaturgo, saggista e polemista, Pasolini nasce all’alba del ventennio fascista, cresce in Friuli in un clima piccolo-borghese opprimente, a cui si ribellò in età adolescenziale, grazie all’esempio del fratello Guido – partigiano delle brigate Osoppo, tra le vittime dell’eccidio di Porzûs –, alla presenza amorevole della madre Susanna e ad alcune letture fulminanti che accesero in lui il desiderio di resistere a quello che, in anni maturi, avrebbe definito “l’ordine orrendo”. Nel dopoguerra, conseguita la laurea, Pasolini si dedica all’insegnamento, seguendo una vocazione pedagogica fortissima e mai sopita. Nel frattempo, aderisce al Partito Comunista Italiano, militando con entusiasmo. Un episodio chiave nella giovinezza del poeta fu senza dubbio l’accusa di atti osceni e corruzione di minori, in relazione a una serie di incontri a sfondo sessuale con ragazzi, nell’estate del 1949. Si tratta di un evento decisivo, perché, al di là delle conseguenze giudiziarie della vicenda, fu rivelatore di una condizione esistenziale di Pasolini, che soltanto superficialmente si può rubricare come “orientamento sessuale”: si tratta piuttosto di un’assunzione dello scandalo, alla quale l’allora giovane insegnante, promettente intellettuale e ambizioso scrittore, espulso dal Partito e dalle scuole d’Italia, si trovò improvvisamente consegnato. Da allora, non si contano i procedimenti giudiziari a suo carico. Seguono anni durissimi a Roma. Nella città eterna conosce l’ambiente letterario, il cinema e, soprattutto, le borgate. Qui Pasolini incontra un ambiente sottoproletario che lo attrae e lo affascina, gli rivela una dimensione di purezza originaria, che rovescia completamente le pastoie meschine della struttura borghese su cui la società italiana si sta costruendo. L’immersione di Pasolini nelle periferie d’Italia e del mondo va di pari passo con il suo successo letterario e cinematografico: diventa un autore di culto, ancorché detestato dalle destre e dal mondo benpensante. Incarnare contraddizioni, essere pietra d’inciampo, sono le sue linee di condotta. Il punto estremo si consuma nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975, quando è ucciso, anzi massacrato, ufficialmente per mano del sottoproletario Pino Pelosi, anche se le circostanze non furono mai del tutto chiarite. 

 

Il pensiero filosofico-religioso

Difficile se non impossibile definire un contributo discreto di Pasolini al pensiero filosofico-religioso. Tuttavia, si possono trarre dalla sua opera e dalla sua vita (un connubio, quello tra arte e biografia, che Pasolini coltivò con strenuità) delle sfide, delle provocazioni volte ad alimentare la produzione concettuale. In tal senso si può considerare Pasolini come una sorta di promotore più che generatore di pensiero filosofico. Distingueremo tre figure di queste provocazioni, tra le tante possibili: Cristo, il protagonista senza nome della seconda parte di Porcile e le lucciole.

Cristo compare molto presto nella produzione poetica di Pasolini, culminando poi in quella cinematografica, prima con La ricotta e poi con il Vangelo secondo Matteo. Come figura poetica, Cristo per Pasolini è la personificazione dello scandalo, pertanto ha connotati autobiografici. In ciò il poeta suggerisce un’idea di sequela assai più radicale di quella di un catechismo: una sequela profetica e apocalittica che fa di Cristo un corpo vivo straziato e straziante, una presenza irrevocabile come quella di un delirio o, al contempo, di un’esperienza mistica. Nella poesia Un cristo, del 1955, poi raccolta ne L’usignolo della chiesa cattolica (1958), la presenza mistica è avvolta da un’atmosfera erotica inquieta ma non sordida, anzi in qualche modo sublime; più tardi, in seguito all’esperienza maturata con il linguaggio cinematografico, la cifra apocalittica pasoliniana si cimenta con la lotta nei confronti di una realtà empia e, questa sì, sordida, alla quale opporre un Cristo finalmente “trovato” (Il film l’ho già girato – e con Cristo! / L’ho trovato, Cristo, l’ho rappresentato!, da Poesia in forma di rosa, 1964).

La seconda provocazione è suggerita da un personaggio molto inquietante, interpretato da Pierre Clementi, nel film Porcile del 1969, nell’episodio detto “del cannibale”. L’attore francese, icona della nouvelle vague (come del resto Jean-Pierre Léaud, protagonista del primo episodio del film), recita la parte di un uomo che, attorno al XVI secolo, vaga per le lande desolate dell’Etna, cibandosi di animali e insetti, finché non scopre la carne umana: divenuto capo di un gruppo di cannibali, si dedica a scorribande fameliche, fino a quando non è catturato e messo a morte. Le uniche parole recitate nell’episodio sono le sue finali, mentre le fiamme del rogo lo stanno consumando: “Ho ucciso mio padre, mangiato carne umana, tremo di gioia”. Qui la provocazione è urtante, violenta: il sacro che irrompe nella coscienza e la devasta. Lo stupore del personaggio senza nome di fronte alla natura e l’assoluta inconsistenza delle istituzioni umane (le norme familiari e sociali, finanche i tabù più rigidi), fanno di queste scene, come anche è stato detto dallo stesso Pasolini, una ierofania (Conti Calabresi).

La terza figura provocatoria e scandalosa è suggerita dal celebre articolo delle lucciole, pubblicato sul “Corriere della Sera” il primo febbraio del 1975. Le lucciole che scompaiono dalle campagne sono il segno, per il poeta, del trionfo del consumismo inteso come continuità tra il fascismo (che non era riuscito però a intaccare le profondità sottoproletarie della società italiana) e l’età democristiana (che invece aveva saputo corrompere anche gli strati più puri). Le lucciole sterminate dall’industrializzazione e dal cemento sono l’estremo corpo sacrificale che si estingue sull’altare di un potere assoluto e vittorioso. Il poeta sceglie la parte della vittima: di qui il valore profetico di quel messaggio, per sé (sarà ucciso di lì a pochi mesi) e per tutti coloro che sapranno intuire nelle fragilità degli sconfitti la disperata vitalità di una contestazione indomita.

Da queste tre provocazioni il pensiero filosofico-religioso è sollecitato in altrettante direzioni. Innanzitutto, si tratta di affrontare l’evento messianico non come un discorso ermeneutico o una costruzione culturale da smontare. Per quanto la filosofia francese abbia talvolta seguito Pasolini al fine di consolidare una critica radicale al cristianesimo (si pensi per esempio al Paolo di Alain Badiou), il grido profetico e apocalittico del poeta non si lascia trasformare nelle sirene decostruzioniste: in questo Pasolini resta profondamente cattolico, in quanto la preminenza del corpo, erotizzato, suppliziato, massacrato, gettato in pasto alla folla, è accompagnata sempre da una connotazione cristologica irriducibile, e perciò scandalosa. Il cannibale di Porcile rivela altresì un lato precristiano, primitivo e selvaggio della dimensione religiosa, che Pasolini, con qualche ingenuità o licenza poetica, accosta volentieri alla condizione sociale ed economica “degli umili, degli straccioni”, come recita una canzone molto pasoliniana di Fabrizio De Andrè (Via della croce, 1970). Il primitivismo di Pasolini è forse la parte più fragile, dal punto di vista teoretico, del suo messaggio, e però è espresso con tanta forza, con tanta urticante evidenza, che non può essere ridotto a una svenevole nostalgia per l’Italietta contadina, come in una celebre polemica con Italo Calvino (“Paese sera” dell’8 luglio 1974, poi in Scritti corsari, 1975): Pasolini sente di incarnare una “forza del passato” (Poesia in forma di rosa) non già per sprezzatura reazionaria, ma per infinita polemica verso un presente ammorbato e alienante. Anche il riferimento alle lucciole, la cui scomparsa è poeticamente evocata come rivelazione di un mutamento irreversibile della civiltà moderna, non va inteso come un abbandono pascoliano, ma come un estremo e disperato grido dal deserto della realtà. Georges Didi-Huberman ha saputo, in anni recenti, raccogliere quel grido e per certi versi placarne l’angoscia (non già consolarlo, giacché non c’è consolazione per Rachele che piange i suoi figli): i barlumi di realtà resistono, malgrado tutto. L’ordine orrendo non è l’ordine del mondo. Ma senza l’opera e forsanche il corpo stesso di Pier Paolo Pasolini, forse, non sarebbe possibile resistere.

Martino Doni

 

Bibliografia

Opere dell’autore

Pasolini P.P., Opera completa, a cura di V. Siti et all., Mondadori, Milano: v. I Romanzi e racconti (1998); v. II Romanzi e racconti 2 (1998); v. III Saggi sulla letteratura e sull’arte (1999); v. IV Saggi sulla politica e sulla società (1999); v. V Per il cinema (2001); v. VI Teatro (2001); v. VII Tutte le poesie (2003).

 

Scritti sull’autore e il suo pensiero religioso

Badiou A., San Paolo. La fondazione dell’universalismo, Cronopio, Napoli 1994. 

Betti L. (a cura di), Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte, Garzanti, Milano 1977.

Conti Calabrese G., Pasolini e il sacro, Jaca Book, Milano 1994.

Didi-Huberman G., Come le lucciole. Una politica delle sopravvivenze, Bollati Boringhieri, Torino 2010. 

Schwarz Barth D., Pasolini Requiem, La Nave di Teseo, Milano 2020.