Sergio Quinzio

Alassio 1927 - Roma 1996

Vita e opere

Nato ad Alassio da famiglia di origine piemontese, Sergio Quinzio trascorre un’infanzia e una giovinezza serene, fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, alla quale risalgono le narrazioni e i ricordi delle sue prime esperienze drammatiche. Alla fine della guerra, costretto a trasferirsi a Roma con la famiglia, frequenta con scarso successo e con poca motivazione le Facoltà di Ingegneria prima e di Filosofia poi, seguendo però al contempo le lezioni di Ungaretti. Nel 1949 si arruola nell’Accademia della Guardia di Finanza, dove presterà servizio come ufficiale fino al 1967. In questi anni comincia a scrivere i suoi primi articoli su “L’Ultima”, “Il Gallo”, “L’Ordine Civile”, “La Fiera Letteraria”, fino ad approdare dal 1960 alle pagine di “Tempo presente”. Nel 1958 pubblica presso Guanda il suo primo libro, Diario profetico.

Nel 1962 l’incontro con Roberto Bazlen, dal quale prende avvio la trentennale collaborazione con Adelphi che, a partire dal 1967 con Cristianesimo dell’inizio e della fine, pubblicherà a seguire tutte le sue opere.

Il 31 luglio 1963 sposa Stefania Barbareschi, dalla quale avrà una figlia, Pia, e si trasferisce a Torino per alcuni anni. Tornato a Roma, nel 1968 Stefania si ammala gravemente e muore a soli 30 anni nel febbraio del 1970. Una vicenda che segnerà in maniera indelebile la formazione e il pensiero di Quinzio, fino alla morte. Essenziale, a questo riguardo, la lettura della bellissima lettera a Stefania, pubblicata nel 1981 con il titolo “L’incoronazione”.

Nel 1973 lascia Roma e si trasferisce a Isola del Piano, nei pressi di Urbino, dove Gino Girolomoni stava ricostruendo un monastero diroccato, intorno al quale darà vita alla comunità di Montebello, centro di incontri e di studi. Sono anni di studio e di ricerca molto intensi, che daranno vita alla sua opera principale Un commento alla Bibbia, pubblicato in 4 volumi dal 1972 al 1976. Intanto, in quegli stessi anni conosce Anna Giannatiempo, assistente di Padre Cornelio Fabro all’Università di Perugia, con la quale, dopo un fitto scambio epistolare, si sposerà nel 1976.

Dal 1987 torna a stabilirsi a Roma. Sono anni di intensa attività intellettuale, nei quali la figura di Quinzio è ormai centrale nel dibattito filosofico-religioso italiano e anche nel dibattito pubblico, grazie alla sua collaborazione come editorialista con “La Stampa” e con il “Corriere della Sera” oltre che ai suoi frequenti interventi televisivi su tematiche di attualità. Fitti e molto significativi i suoi scambi con personalità del mondo della cultura quali G. Ceronetti, C. Magris, E. De Luca, S. Givone, M. Cacciari, G. Vattimo, U. Galimberti, il cardinale Martini. Le condizioni di salute non sopportano a lungo però tale intensità di lavoro e di spostamenti. Nel marzo del 1996, un anno dopo l’uscita del suo ultimo “provocatorio” libro in cui immagina di scrivere le ultime encicliche dell’ultimo papa (Mysterium iniquitatis), muore a Roma. Le esequie saranno officiate dal cardinale Achille Silvestrini.

 

Il pensiero filosofico-religioso

Alla domanda, certamente non insolita – “come si definisce, un teologo, un esegeta, un biblista, o più generalmente un filosofo?” – che gli veniva rivolta spesso all’inizio di una conversazione, così rispondeva: “Ci sono anche troppi che reputano di essere altrettanti Kant, qui in Italia. La mia cultura si è sviluppata molto a scatti: io cerco di riflettere all’interno della mia fede, molto stimolato dalla mia esperienza esistenziale” (in “Confronti” 4/1992, p. 35). Un passaggio molto chiaro che risulta a mio parere molto utile a comprendere la natura della riflessione e dell’opera di Quinzio. Dinanzi a definizioni che sentiva come troppo “impegnative” Quinzio si schermisce con la sua consueta ironia. Una qualità autenticamente “socratica”, fatta di un insieme saggio e sofferto di umiltà e di consapevolezza, di leggerezza e di serietà, che tutti coloro che abbiano avuto la possibilità di confrontarsi e di dialogare con lui potranno certamente testimoniare, e che gli consentiva il gesto inattuale di una sincerità e di una mitezza tali da disarmare chiunque. La mia cultura, dice dunque Quinzio, si è sviluppata molto a scatti: in maniera cioè del tutto indisciplinata e irregolare, tale da rendere vano e infecondo qualsiasi tentativo di ricercarne con precisione le “fonti”. “Ma nonostante il disordine quello che capitava in un certo orizzonte del mio sguardo – avendo più scarse stimolazioni dall’esterno, dato l’ambiente in cui lavoravo – certo lo assorbivo con molto interesse” (Quinzio 2006, p. 42). Proprio perché tale procedere “a scatti” non è determinato da una pura curiosità intellettuale, o da percorsi più o meno obbligati di ricerca scientifica e accademica; quanto piuttosto da una libera e incondizionata riflessione “all’interno della fede”: stimolata da un’interrogazione esistenziale sempre aperta, che non volle mai rientrare in alcun binario predefinito.

“Guardare il mondo con gli occhi della fede, non la fede con gli occhi del mondo”: sembra essere questo il motto che accompagna sin dagli inizi tutto il procedere della riflessione quinziana. Si tratta del percorso esistenziale e di pensiero di un credente, che tenta di riflettere “all’interno della sua fede”: di far interagire, dialogare, scontrare, la fede cristiana con la realtà del suo tempo e della sua singolarissima esistenza.

Scrittore della fede, pensatore della fede, dunque: laddove il genitivo non è mai puramente oggettivo, in quanto si tratta appunto di un movimento incessante di ri-flessione: di un vedersi attraverso, di un attraversare la propria esistenza lasciandosi lacerare, inquietare ed edificare dalla costante presenza di questo movimento “umile e paradossale” del credere. In un terreno esistenziale in cui fede e filosofia, pensiero e religione si confondono senza mai negarsi e disperdersi in un nulla insignificante e indistinto, in un alone misticheggiante o puramente narrativo, in cui le asperità e le verità possibili di questo confondersi verrebbero improvvisamente a svanire. “Uno scrittore di cose religiose all’altezza del destino del suo tempo” è al contrario capace, come Heidegger scriveva di Kierkegaard, di tenere insieme le difficili e spesso imprendibili redini di questo confliggere di posizioni e prospettive diverse, che rappresentano di volta in volta l’emergere innegabile di una tensione agonica che è interna a quello stesso movimento esistenziale della fede.

Difficoltà a ritrovarsi tra i filosofi, che è poi in realtà una difficoltà relativa soprattutto a quel tipo di filosofia che qui viene stigmatizzato: a questa tentazione fondamentale, che Quinzio sospetta essere propria di ogni filosofia in quanto tale, alla conciliazione razionale delle tensioni e dei paradossi “agonici” propri di una riflessione esistenziale “all’interno della fede”. Di un dialogo fatto di intima e indissolubile conflittualità, nel quale Quinzio “incontra” un altro tipo di filosofia.

Sulla via di Giobbe, di Paolo, di Agostino, di Pascal, Dostoevskij e Kierkegaard, lo “scrittore di cose religiose” oppone polemicamente alla filosofia e alla teologia il suo “sentimento tragico della vita” e il significato “agonico” della fede cristiana.

Tutto rimane sospeso, ancora una volta, al postulato della fede: e si tratta di una sospensione autentica, assoluta, che non cede mai, in Quinzio, alla tentazione di mettersi in sicurezza, al riparo di un qualsiasi strumento logico-razionale che la protegga da questo suo paradossale radicarsi sull’insecuritas di un fondamento in-fondato. Perché troppo puro è l’orizzonte dell’attesa, la nostalgia di pienezza e di consolazione che nutre nel profondo questa paolina energia del credere.

Avventurarsi senza riparo sull’abisso dell’insecuritas e dell’abbandono, significa sfidare, in ogni momento, la possibilità della disperazione: della caduta, della sconfitta. La vicenda stessa di Dio verrà rivissuta, nel pensiero di Quinzio, in questa chiave di profondissima autenticità esistenziale. Una chiave che non cederà mai, però, alla deriva del sentimentalismo e dell’estetismo, in quanto sua ferma intenzione e suo saldo proponimento sarà sempre quello di tener desto il pungolo insaziabile della domanda e della riflessione.

“Scrittore di cose religiose”, Sergio Quinzio non indulgerà mai alla pur evidente vena letteraria che rende alcune sue pagine e alcuni suoi aforismi, come ha detto G. Ruozzi, “tra i più fertili e originali della letteratura italiana odierna”. Tale “felicità” letteraria sarà per lui infatti sempre un rischio. Una tale radicale consapevolezza della vanità di ogni dire, dell’impossibilità di attingere davvero al linguaggio della vita, al linguaggio nominale che conserva ancora qualcosa del formidabile potere creativo della Parola originaria, condusse Quinzio ad una battaglia senza tregua contro ogni letteratura ed estetismo. Se la parola deve ricercare il suo significare nello spazio di quell’urgenza salvifica, così come nella capacità di dire, con Benjamin, il dolore muto della natura e della storia, ogni tentativo di scrittura deve portare in sé la lacerazione di questa tragica impossibilità, la piaga dolorosa di questo essere, sempre e comunque, linguaggio dell’assenza, luogo disperato del silenzio di Dio.

Dinanzi a tanta teologia apofatica, a un’ormai consueta esaltazione dell’inattingibilità di Dio (o meglio di un impersonale principio divino), si ripropone in Sergio Quinzio un desiderio nostalgico e disperato di “vedere Dio”. La tenacia tutta ebraica dell’attendere una Rivelazione, di sentire la realtà e la presenza di Dio nella storia, come nella vita del singolo, in tutta la sua concreta visibilità. L’odio di ogni letteratura coincide perciò, in Quinzio, con il rigetto di qualsiasi forma di compiacimento estetico, di qualsiasi gusto della finzione letteraria e dell’effetto linguistico, percepiti come sterili esercizi di nichilistica vanità dinanzi al suo folle e fermissimo desiderio di “vedere Dio”, di godere senza fine della Sua trasparenza e della Sua vicinanza.

Straordinario fu, per tutta la vita di Quinzio, l’impegno e la costanza delle sue corrispondenze private, del suo voler sempre e comunque provare a dire una parola che fosse un po’ meno fredda e indiretta, che potesse sfuggire al mondo falsato delle “comunicazioni sociali” per raggiungere il cuore e la mente di un Singolo in ascolto e in ricerca. E non a caso tante delle migliori pagine dei suoi libri furono poi ricavate proprio dalle corrispondenze più intense, laddove Quinzio riusciva ad esprimere meglio la propria vocazione e il proprio inestinguibile sentimento religioso. Lo stimolo vivo del confronto con l’altro, con un volto amico, con una solitudine da raggiungere e da consolare, riuscì a vincere sempre e comunque, in lui, qualsiasi pura tentazione “letteraria”.

Intenso e significativo fu in particolare negli ultimi anni lo scambio con le più significative voci del panorama filosofico-religioso e letterario italiano, quali M. Cacciari, G. Vattimo, S. Givone, V. Vitiello, B. Forte, C. Magris, E. De Luca, i quali in più occasioni anche dopo la sua morte hanno voluto intervenire e scrivere in ricordo di Sergio.

 

Massimo Iiritano

 

Biblio-sitografia

 

Opere principali

  • Diario profetico, Guanda, Parma, 1958 [poi Adelphi, Milano, 1996].
  • Religione e futuro, Realtà nuova, Firenze, 1962 [poi Adelphi, Milano, 2001].
  • Giudizio sulla storia, Silva, Milano, 1964.
  • Cristianesimo dell’inizio e della fine, Adelphi, Milano, 1967.
  • Le dimensioni del nostro tempo, Rebellato, Padova, 1970.
  • Monoteismo ed ebraismo, Armando, Roma, 1975
  • Un commento alla Bibbia, (4. voll.), Adelphi, Milano, 1972-1976 [nuova edizione in volume unico 1991].
  • L’impossibile morte dell’intellettuale, Armando, Roma, 1977,
  • La fede sepolta, Adelphi, Milano, 1978.
  • Dalla gola del leone, Adelphi, Milano, 1980.
  • La croce e il nulla, Adelphi, Milano 1980.
  • L’incoronazione, Armando, Roma, 1981.
  • La filosofia della Bibbia, Le Monnier, Torino 1981 [poi Morcelliana, Brescia 2015].
  • Silenzio di Dio, Mondadori, Milano, 1982.
  • La speranza nell’apocalisse, Paoline, Roma, 1984.
  • Domande sulla santità, Don Bosco, Cafasso, Cottolengo, Gruppo Abele, Torino, 1986 [poi: Sonda, Casale Monferrato, 2007].
  • Radici ebraiche del moderno, Adelphi, Milano, 1990.Incertezze e provocazioni, La Stampa, Torino, 1993.
  • La sconfitta di Dio, Adelphi, Milano, 1992; traduzione francese Balland, Paris, 1992; traduzione tedesca, Campus, Frankfurt, 1995.
  • Mysterium iniquitatis, Adelphi, Milano, 1995; traduzione spagnola, Muchnik, Barcellona, 1996.
  • La tenerezza di Dio, con Leo Lestingi, Liberal/sentieri, Roma 1997; ora Castelvecchi, Roma 2013.
  • L’esilio e la gloria. Scritti inediti 1969-1996, Bologna 1998.
  • I vangeli della domenica, Adelphi, Milano, 1998.
  • Solitudine dell’uomo, solitudine di Dio, con Bruno Forte, a cura di M. Iiritano, Morcelliana, Brescia 2003
  • «Mi ostino a credere». Autobiografia in forma di dialogo, a cura di G. Caramore e M. Ciampa, Morcelliana, Brescia 2006
  • Un tentativo di colmare l’abisso, con Guido Ceronetti, Adelphi, Milano 2014

 

Scritti sull'autore e il suo pensiero religioso

La bibliografia più completa è raccolta in: A. Giannatiempo Quinzio - N. Baldoni - C. Rizzo, Bibliografia di S. Q., in Bailamme, XX (1996), pp. 275-301, riproposto in S. Q.: apocalittica e modernità, a cura di G. Trotta, Melzo 1998, pp. 217-248;

  • S. Q.: le domande della fede, Humanitas, 1 (1999)
  • S. Q.: profezie di un’esistenza, a cura di M. Iiritano, Soveria Mannelli 2000
  • Il messia povero. Nichilismo e salvezza in S. Q., a cura di D. Garota - M. Iiritano, Soveria Mannelli, 2004
  • M. Iiritano, Teologia dell’ora nona. Il pensiero di S. Q. tra fede e filosofia, Troina 2006
  • A. Scottini, S. Q.: un profeta deluso, Milano 2006
  • R. Fulco, Il tempo della fine. L’apocalittica messianica di S. Q., Reggio Emilia 2007
  • M. Borgognoni, La fede ferita. Un confronto con il pensiero apocalittico di S. Q., Assisi 2009
  • S. Natoli, L’apocalisse di S. Q.: alla fine della cristianità, in Id., Il crollo del mondo, Brescia 2009, pp. 59-93
  • Il segno del sacro. A partire da Sergio Quinzio, testi di M. Cacciari M. Iiritano V. Omaggio, Napoli 2017

Pagine o siti web dedicati

http://www.treccani.it/enciclopedia/sergio-quinzio_(Dizionario-Biografico)/

https://it.wikipedia.org/wiki/Sergio_Quinzio

http://www.filosofico.net/quinzio.htm